La (mala)sanità

Chiedetemi come mi trovo in Lussemburgo e non saprò rispondervi.
Chiedetemi com’è ‘sto Lux, allora, e non saprò rispondervi.
Chiedetemi se c’è lavoro e non saprò rispondervi.
Chiedetemi se è facile adattarsi e non saprò rispondervi.
Chiedetemi com’è la sanità lussemburghese e vi snocciolerò un poema senza precedenti.

L’ultima cosa che un espatriato vorrebbe testare nel suo nuovo habitat è l’assistenza sanitaria.
Guarda caso è stata la prima e unica cosa, o quasi, che ho conosciuto io.

La sanità lussemburghese, a livello burocratico, non fa una piega.
Innanzitutto il lavoratore o residente ha la sua Carte de Sécurité Sociale che gli garantisce l’assistenza medica. Come in Italia, insomma, la differenza è che non c’è pubblico e privato, qui, ma è tutto pubblico (o privato, dipende dai punti di vista). Le tariffe sono fisse, normalmente il paziente paga e poi chiede il rimborso alla Caisse Nationale de Santé. Il rimborso non è quasi mai del 100%, però. Spesso è dell’80%, spesso inferiore e in alcuni casi non è previsto affatto. Per esempio, una visita da un medico generico è rimborsata all’80%, come molti esami diagnostici e molti farmaci. Una seduta di psicoterapia è rimborsata al 30%, ma soltanto se eseguita da uno psichiatra. Non è rimborsata se effettuata da uno psicologo, che come sappiamo non è un un medico. Però neanche le visite dall’osteopata son rimborsate, così come alcuni trattamenti dentistici.
Il medico di base come lo conosciamo noi qui non esiste. Ognuno sceglie il proprio medico generico ed è libero di cambiarlo ogni volta.
L’ambulanza arriva in tempi brevi.
I pronto soccorsi soccorrono prontamente.
Gli ospedali sono belli, sembrano quasi degli hotel a 5 stelle.
E gli infermieri sono eccezionali.

Ma. C’è un ma.

Un ristorante può essere pulito, elegante, accogliente, incantevole, può avere un personale qualificato che tratta l’ultimo cliente come il primo sultano d’Egitto, può avere un’organizzazione fenomenale e un’amministrazione impeccabile, ma se le portate risultano immangiabili, allora che ristorante è?

Ecco, io non voglio generalizzare, però devo. Più che altro posso. Perché non è che ho visto un medico o due, per cui tu dici be’, non si può fare di tutta l’erba un fascio. Macché, io ne ho visti così tanti che li misuro in mesi. Ho provato i pronto soccorsi di 3 ospedali su 4, ho chiesto aiuto a specialisti di ogni genere, ho subìto (subìto è l’unico termine utilizzabile) un ricovero inutile, un’operazione inutile e diversi esami invasivi totalmente inutili. La mia storia è qui, e non ho voglia di ripeterla. Non voglio nemmeno confrontare il Lussemburgo con l’Italia o altre nazioni, perché, come sappiamo, la malasanità è un’epidemia, ma sono stata contagiata qui, da questa epidemia, ne sono uscita devastata e ho bisogno di sfogarmi.
Non sono nessuno per dire che in Lussemburgo i medici non sembrano avere questa grande preparazione, ma da paziente posso affermare con certezza che con me non c’hanno capito un cazzo. Ed era semplice, eh. Per cui… Ho notato una tendenza a partire dalle ipotesi peggiori e a non considerare il problema globalmente. Forse hanno visto troppo Grey’s Anatomy e poco Dr. House, non lo so, fatto sta che avevo svariati sintomi e sono stata palleggiata da uno specialista all’altro, ho volato da un ospedale all’altro, finchè, dopo mesi di totale confusione e a un passo da quella pazzia di cui ormai erano tutti convinti, sono rotolata nuovamente nello studio di un generico che ha avuto un’intuizione che pure un mentalista: sarà il lattosio, forse? Eh, forse.
Per disperazione ero andata a fare qualche visita anche a Roma e, a onor del vero, non c’erano arrivati manco lì, però almeno mi avevano scovato dei batteri banalissimi, dannosissimi e fastidiosissimi che ai medici lussemburghesi erano sfuggiti insieme all’intolleranza tutta. Cioè, tipo, ragazzi nascondiamoci, ce sta un lussemburghese, non ci prendi, non ci prendi, pappappero. Io veramente non capisco. Cioè, la prossima volta vado a Pozzallo dal mago che cura i gay, è uguale.
Mo’ lo dico, mi hanno fatta soffrire tantissimo, fisicamente e psicologicamente, e mi avevano quasi convinta, alla fine, che il mio fosse un disturbo psichiatrico, sono stata a un passo dall’entrare in un giro di psicofarmaci pesanti, ma pesanti proprio, e tutto ciò è veramente assurdo. Da non crederci. Per un’intolleranza alimentare. Io… boh. Poi ci si scandalizza di fronte ai casi gravi di malasanità. Se ci si perde in un bicchiere d’acqua, che cosa pretendiamo?
Comunque voglio spezzare una lancia in favore degli infermieri che secondo me sono davvero eccezionali. Hanno una formazione che in Italia mi sa ce la sogniamo. Perché al di là delle specifiche abilità professionali, mostrano un’umanità e un’empatia che non avevo mai riscontrato prima. Sono sempre gentili, sempre sorridenti, disponibili, sempre pronti ad aiutarti. Sei una persona e non un numero, se ti incontrano a distanza di tempo e ti riconoscono, ti chiedono come stai. E se stai male si dispiacciono per te. Poi ok, in realtà non gliene fregherà una mazza e mentre ti sorridono pensano a come spenderanno il prossimo stipendio, ma garantiscono ai pazienti tutto ciò di cui necessitano, materialmente ed emotivamente, e questa è l’unica cosa che conta, specie quando i medici nun je la fanno proprio.
Ho conosciuto persone che hanno avuto il mio stesso impatto e persone che hanno conosciuto persone che lo hanno avuto. Poi ne ho conosciute altre che con i medici si son trovate bene. E’ così ovunque. In Lussemburgo come in Italia come altrove. Si sa. Ma è difficile accettare di doversi affidare alla fortuna.
Ora spero di non finire al gabbio per diffamazione pure io, sebbene la denuncia avrebbe dovuto beccarsela qualcun altro, a dirla tutta.
Boh, io so una cosa sola: che, in conclusione, se sto bene, è solo grazie a me. Se avessi dovuto dare ascolto a tutte le stronzate che i medici mi propinavano anche dopo la diagnosi corretta, starei ancora a quattro di bastoni. E’ questo che mi preoccupa.
Meglio non pensarci, va’, chi se ne frega. Dopo due anni sarà di nuovo Natale. Il resto non conta.

Innocuo Gentile: il tortino dal cuore tenero

Le domeniche sono strane. La domenica sono strana.
Un tempo la domenica pomeriggio mi riempiva di angoscia. Adesso niente più angoscia, adesso mi incazzo e basta, a partire dalle prime ore del mattino.
Oggi, poi, siamo andati all’esposizione dei Lego a Bertrange e non mi hanno fatta entrare perché era vietato l’ingresso ai cani. Ah, ah, ah… c’era Izzie con noi. Quindi io sono rimasta fuori assieme a lei. Dopodiché siamo andati in centro, volevamo fare un giro al mercatino di Natale, ma c’era troppa gente, per cui siamo tornati a casa. Una bella uscita, breve ma intensa. Però ho trovato un modo per risolvere il problema dei buchi sui collant di cashmere neri senza cambiarli né cucirli: è sufficiente prendere un eyeliner e colorare la gamba sotto, funziona alla perfezione.
Il sabato invece è figo.
Ieri, poi, è stato quasi magico. Ha nevicato, poco, ma ha nevicato. E ho cucinato un dolce, il che, più che magia, è un vero e proprio miracolo. Io che mi metto ai fornelli, giusto sotto Natale possono accadere queste cose. Isa cucina, mo’ nevica. E infatti…
E’ che c’era la giusta atmosfera: il freddo, i primi candidi fiocchi, l’albero di Natale (l’ho già fatto, sì, l’ho fatto il 25 novembre, e allora?), la casa calda e addobbata, le candele accese, il cane, Bonolis in TV, Daniele con un Lego nuovo… Non so, in tutto ciò che mi circondava c’era qualcosa di potente che mi ha spinta a preparare un dolce perfettamente in linea con tale irresistibile atmosfera. Un dolce freddo fuori e caldo dentro. Come il sabato. Come ieri. Come me, che sono fredda fuori e calda dentro, tranne quando ho la febbre.
Insomma, ho preparato un tortino al cioccolato con cuore ardente. Senza lattosio, è chiaro. Il mio tortino innocuo e gentile. E’ proprio così che lo voglio chiamare: Innocuo Gentile.
Ho trovato la ricetta sul web e l’ho adattata al Bimby. In realtà ho fatto un po’ col Bimby e un po’ senza. Ho iniziato senza, poi mi sono rotta e ho continuato col Bimby. In ogni caso, trovate la ricetta qui (ovviamente non ho usato il burro, ma della minarina 100% vegetale).
Questi tortini sono pazzeschi. Con quella crema calda che ti avvolge la lingua e ti ustiona il palato… Troppo buoni. Buonissimi. Anzi di più, perché senza lattosio.
Buonissimi. Innocui. Gentili.

Devi capire che se non ho fatto niente tutto il giorno è perché non ho potuto proprio fare altro

No, non può nevicare adesso, avevano detto domenica! No, non è possibile, non sono pronta.
Ieri si stava ancora bene, oggi fa così freddo che se apri il frigo quello te urla “Aoh, voi chiude o no, ché c’è corente?!”, non credo di potercela fare. C’è stata tipo una bufera di nevischio intorno alle quattro. Non ero preparata, non avevo nemmeno l’ombrello. E indossavo roba primaverile. Boh. Ieri il mio abbigliamento era adeguato, oggi non più. Non me ne capacito.
Comunque sono tre giorni che ho voglia di scrivere, ma l’ispirazione mi viene sempre quando sto facendo qualcosa che mi impedisce anche solo di prendere appunti. Mentre faccio la doccia o guido la macchina nell’onda verde o parlo con qualcuno o sto a lezione o dormo, ad esempio, sono un vulcano di pensieri e di idee. Poi mi siedo davanti al computer e puf!, tabula rasa. Siccome non è la prima volta in 72 ore che mi succede, ho deciso di scrivere cose a caso, perché quando senti il bisogno di scrivere a un certo punto lo devi fare e basta.
Per esempio, che Natale sarà senza il Torrone Zanzibar? Un Natale senza Zanzibar è come una Pasqua senza Kinder Gransorpresa, non potete capire. 
Poi vado da Auchan e vedo chilometri e chilometri di pandori, panettoni, cioccolatini, dolci di tutti i tipi, biscotti di ogni forma e dimensione, gente che compra qualunque cosa, che apre le confezioni prima ancora di arrivare alla cassa, vedo babbi natale e orsetti di cioccolata che mi fissano e mi dicono “Mangiami, mangiami!” mentre mi giro dall’altra parte e riempio il carrello di triste fondente al 70% e deprimenti merendine senza lattosio, senza glutine, senza grassi, senza colesterolo, senza zuccheri aggiunti, senza uova, senza soia, che non si sa come facciano a costare così tanto se sono senza niente.
Davvero, non è mica uno scherzo. Pensavo che non mi sarebbe mai accaduto, visto che il mio unico interesse è stare bene, eppure inizio ad accusare anch’io questa dieta di privazioni. Perché quando dico che non tocco niente che contenga lattosio, mica parlo a vanvera. Sto attenta che più attenta non si può. Non ho alternative. Sono mesi, ormai, che non mangio una caramella. Cioccolata al latte (OVVIAMENTE la mia preferita), addio. Formaggi, vade retro. La carne di manzo non so più che sapore abbia. I gelati, vabbe’, per fortuna si muore di freddo. Cibi precotti e preconfezionati, manco a parlarne. I prodotti delattosati sono una presa per il culo. Così, tanto per fare qualche piccolo esempio. Cioè, è faticoso. Fare la spesa era già una palla prima, figuriamoci adesso. Se prima ci impiegavo due ore, mo’ ce ne metto sette. Leggo qualunque etichetta, non mi posso fidare di niente e di nessuno e non sono più andata al ristorante.
Ecco, adesso ne approfitto per dire una cosa (premettendo che comunque nessuno mi invita più, ormai, perché cucinare per me è pressoché impossibile): non prendetela sul personale se rifiuto il vostro cibo, è che proprio non posso, NON POSSO fidarmi, per quanto mi assicuriate che avete evitato qualunque fonte di lattosio, perché è una capacità, questa, che si sviluppa col tempo, con l’esperienza e per prove ed errori. Io l’ho acquisita dopo cinque mesi di colazioni, pranzi, cene e spuntini, mica così, da un giorno all’altro. Vuol dire 750 pasti. Cioè, voi dovreste invitarmi a cena ogni giorno per oltre 2 anni per imparare a non farmi del male col cibo. Quindi non vi stranite se vi dico di non preoccuparvi, di non cucinare per me. Io vengo per stare con voi, non per mangiare. Il rischio è troppo alto, non me lo posso permettere.
Comunque la mia vita mondana si è ridotta a zero perché tutto gira intorno al cibo. Qui in Lussemburgo, poi, non ne parliamo proprio: non c’è vita sociale tra un pasto e l’altro, non è proprio contemplata, quindi niente, m’attacco al tram.
Poi che altro? La scuola di lingua mi annoia. Mi annoia anche chi mi chiede “Come va la scuola?”. Ho superato i trent’anni, è una domanda che non si può sentire. E’ vero che gli esami non finiscono mai, ma la scuola dovrebbe essere finita da un pezzo. Vabbe’.
Sì, lo so che un paio di post fa apparivo entusiasta dell’INL, ma ora non lo sono più. Magari domani lo sarò di nuovo, chi può dirlo? Sono fatta così.
E se mi domandate “Come ti trovi in Lux?” non vi potrò rispondere, perché ieri mi trovavo bene e oggi mi trovo male, quindi non me lo chiedete proprio che famo prima.
“Ma chi te lo chiede? Ma chi te se fila?”, direte voi. Piuttosto vi starete domandando che c’azzecca il titolo del post con il suo contenuto. Niente. Sono scollegati. Come quello che ho scritto. Come le aree del mio cervello, oggi.
Succede…

Attimi di felicità

Ci sono giorni in cui mi sento in pace con me stessa. Succede raramente e proprio per questa ragione quando capita faccio in modo da assaporarli lentamente, dall’inizio alla fine. Oggi è uno di quelli. O almeno lo spero, in fondo è appena cominciato. Ebbene sì, sono le otto e sono sveglia e attiva davanti al computer. C’è poco da gridare al miracolo, alla fine ho ceduto al mio diavolo tentatore che però, lo ammetto, dopo l’ennesima notte insonne mi ha salvato la vita. Se anche stanotte non avessi dormito, a quest’ora sarei in cucina ad aprire un passavivande a craniate. Adesso però bisogna agire in maniera intelligente per non rientrare nel vortice della dipendenza. In realtà sono già sulla buona strada, credo (dell’agire intelligentemente, intendo). Per due ragioni. Da una parte, prima di capitolare, ho aspettato pazientemente (e invano) che il mio ciclo sonno-veglia si ricorreggesse da solo; dall’altra, una volta giunta al limite, mi sono concessa appena dieci gocce, meno di mezza pasticca, per capirci (indovinate un po’ perché assumo il sonnifero in gocce anziché in compresse… la risposta comincia con la elle), e ho dormito benissimo. E mi sono svegliata che mi sembrava di essere un’altra persona (poi purtroppo ero sempre io). E ho fatto di nuovo colazione con Daniele. E ho sorriso e parlato. Ho alzato le serrande, fatto mangiare e fatto uscire Izzie prima delle otto. Continuando a sorridere. Che bello. Peccato solo che per arrivare a questo abbia dovuto ricorrere al trucco. Per carità, non è così grave se lo si fa ogni tanto, quando davvero serve. Ora bisogna vedere se, ripristinato chimicamente il giusto ritmo circadiano, sarà così facile fare di nuovo a meno del simpatico aiutino, con la tendenza che ho io a tenermi strette certe cose. Provo un sentimento di amore-odio verso il sonnifero e quindi o mi ci attacco come un poppante alla gonna della mamma o lo rinchiudo con rabbia nell’angolo più remoto dell’armadietto tentando di cancellare dai miei ricordi tutti i bei momenti trascorsi insieme. Be’, staremo a vedere…
Comunque, in realtà è più facile che ci siano quarti d’ora in cui ci si sente in pace con se stessi (parlare di intere giornate è un po’ troppo ottimistico) e mi è capitato ieri, nonostante il totale stravolgimento provocato dalla mancanza di sonno (no, non erano allucinazioni, anche se ci sono andata vicino). Desideravo ardentemente rimanere a casa, anche perché la devastazione che mi stava colpendo non mi permetteva di guidare (tra parentesi, la Smart mi ha lasciata per il meccanico, spero che decida di tornare presto da me) e anche perché, è una lunga storia, ma i colleghi di Daniele hanno perso il mio libro di francese e se mi fossi presentata a lezione priva del libro dopo tre settimane di assenza avrei potuto subire l’ira dell’insegnante con conseguenze potenzialmente disastrose (viste le mie precarie condizioni psicologiche, o sarei scappata piangendo o avrei aggredito la prof a suon di volgarità e sediate). Insomma, avrei voluto saltare la lezione ma non potevo perché, a causa del viaggio, ho già fatto troppe assenze questo mese e se ne faccio un’altra o due, l’INL mi silura e si tiene pure i soldi. Allora mi sono fatta coraggio e ho preso l’autobus. Questo sconosciuto. Che fa la stessa strada che faccio io con la macchina quando vado a scuola. Sono scesa a Place Hamilius perché dovevo andare a ricomprare questo benedetto libro. Sull’autobus, mentre sonnecchiavo nervosamente avvolta da un piacevole tepore cercando di tenere gli occhi aperti per curiosare fuori dal finestrino, riflettevo sul fatto di quanto prendere l’autobus anziché la macchina faccia la differenza sul vivere e percepire i luoghi in cui si abita, sul sentirsi cittadino (cioè, io sonnecchiavo nervosamente, curiosavo fuori e al contempo riflettevo, ma  tu pensa quante cose si possono fare nello stesso momento!). A parte il fatto che quando guidi, per ovvie ragioni, sei concentrato sulla strada che hai davanti e perdi tutto quello che ti circonda, ma poi sei lì chiuso nel tuo abitacolo, con la tua musica a tutto volume, e con gli altri non condividi che l’asfalto. Il mondo è fuori, sui mezzi pubblici, per strada, è lì che ti senti vivo, che ti senti di appartenere a qualcosa, a una comunità, anche se nessuno ti si fila. Roba che a Roma non puoi nemmeno varcare la soglia del cancello. E’ pur vero che se a Roma qualcuno ti lancia uno sguardo, ti spara un apprezzamento, ti vomita addosso un’offesa o semplicemente ti scippa, tu quel tizio non lo rivedrai mai più. Mentre questo Stato è talmente piccolo che le persone quasi non si azzardano nemmeno a scambiarsi un’occhiata, perché potrebbero essere fraintese e 10 a 1 che domani si ritrovano alla stessa festa o a mangiare allo stesso ristorante.
Comunque, dalla libreria sono andata a scuola a piedi, anziché risalire sull’autobus, un po’ per mettere alla prova il mio senso d’orientamento, un po’ perchè mi andava di camminare nonostante il freddo e il grigiore. (Ammetto anche che non sapevo bene quale autobus dovessi prendere, nè dove, nè verso quale direzione). Ed è mentre facevo questa breve passeggiata, con i tacchi e lo zaino, il naso ghiacciato dai 7°C e un cappello di lana dentro il quale avevo raccolto la massa informe dei miei capelli, è stato allora che mi sono sentita in pace con me stessa. Non percepivo più la stanchezza. Non avevo freddo. Il cielo era coperto ma per me splendeva il sole e il Lussemburgo mi piaceva un sacco. Mi sentivo il sorriso stampato in faccia (forse però quella era una paresi temporanea provocata dal freddo) ed era come se camminassi con una bevanda calda in mano. Ok, forse a quel punto le allucinazioni erano arrivate davvero, ma io mi sentivo bene, finalmente in pace.
Dite che dovrei passare più spesso notti in bianco? No, io penso che forse dovrei prendere più spesso l’autobus e camminare di più per la città. Se mi fa stare bene, perché no?