Jet-lag

Sono le tre di notte, ora lussemburghese. Non riesco a dormire, ho la sindrome da jet-lag. Dicono un paio di giorni e torna tutto come prima, ma io sono entrata nel quinto giorno e non è ancora cambiato nulla. Non mi addormento quando dovrei, poi mi risveglio a orari improbabili senza capire come sia potuto accadere; alle quattro di pomeriggio ho voglia di fare colazione, alle dieci di sera mi viene l’abbiocco postprandiale e a mezzanotte sono arzilla come un pipistrello. Il rincoglionimento regna sovrano e l’irritabilità è la regina di turno, la boccetta di sonnifero si agita nell’armadietto ma io non cederò a questa tentazione. Non stanotte, quantomeno. E’ già troppo tardi.
Perché ho del sonnifero nell’armadietto? No, non soffro d’insonnia (normalmente). Per me è una specie di vizio, come le sigarette. Non abbiamo bisogno della nicotina, però fumiamo lo stesso. Io non avevo bisogno del sonnifero, ma lo prendevo lo stesso. Ora però ho smesso e mi addormento senza problemi (normalmente). Ho anche smesso di fumare, più di due anni fa, ma questa è un’altra storia.
Ho sonno? No, non ho sonno. Vorrei tanto dormire, ma così è un po’ come voler mangiare quando non si ha fame né voglia di qualcosa di buono.
Allora potrei passare la notte a raccontarvi del viaggio, ma secondo me non ha senso, non si possono narrare tre settimane in poche righe. Pur volendo, poi, non ne sarei capace. Ho visto posti bellissimi e fatto cose divertentissime ma finirei per soffermarmi su quei particolari dei quali non importa niente a nessuno.
Voglio fare una prova, però. Ora mi faccio una domanda e mi do una risposta, come un ospite di Gigi Marzullo.
Se ti chiedessero di raccontare qualcosa del viaggio che hai fatto, di che parleresti?
Vediamo…
Per esempio, nello Yosemite Park ho accarezzato un cervo per un quarto d’ora.
Nell’albergo del Sequoia Park, invece, c’erano le zecche, me ne sono ritrovata anche una sulla felpa. Come se non bastasse, c’erano pezzi di frittata appiccicati al muro, patatine e cerotti per terra e, nella vasca da bagno, così tanti capelli da poterci confezionare una parrucca. Anche quella notte non ho dormito, ma per scelta mia. La porta non si chiudeva, la stufa non mi convinceva e il lenzuolo era a pois.
Los Angeles fa schifo. Le impronte delle star resteranno un mistero, per me, perché non ne ho vista nemmeno una. Gli Universal Studios, però, sono strepitosi, varrebbe la pena subire ore e ore di volo e svariati fusi orari soltanto per andarli a visitare.
Voglio trasferirmi a San Francisco.
A Las Vegas avevamo una jacuzzi a due piazze nella camera da letto.
Ho fatto un giro in elicottero.
Mi sono ritrovata a un metro di distanza da un serpente a sonagli.
Ho incontrato un orso.
Wile E. Coyote si è ridotto a chiedere l’elemosina.
Ho capito perchè Cip e Ciop sono mezzi isterici.
Ho visto una colomba vestita da Superman alla festa di Halloween per cani.
Mi sono commossa davanti alla Torre dell’Orologio di Ritorno al Futuro.
Avrei voluto rubare la Delorean e tornare indietro nel tempo.
E’ esattamente questo ciò che mi torna alla mente: frammenti cronologicamente disordinati, ricchi di immagini e emozioni spezzettate, fuse e confuse, di un’esperienza vissuta in luoghi così diversi gli uni dagli altri da renderne impossibile una descrizione sintetica e sensata allo stesso tempo. Accontentatevi degli spezzoni, dunque. Magari ogni tanto ve ne tiro fuori uno all’improvviso, ma non chiedetemi di descrivere un ricordo perché difficilmente ci riuscirò.
Ok… forse forse mi sta venendo sonno. Avrei voluto parlare d’altro, tipo di come ho fatto ad alimentarmi in America o di quanto mi sia resa drammaticamente conto del mio vergognoso livello d’inglese (altro che salto di qualità!), ma lo farò un’altra volta, perché “un giorno – vista l’ora – è appena finito e un nuovo giorno è appena cominciato; un giorno in più per amare… per sognare… per vivere. Buonanotte.”

Ben(ri)trovati

La buona notizia è che non sono psicopatica. Quella cattiva è che sono intollerante.

Intollerante al lattosio.

Sono stata male, ma male male male, per mesi. Ho perso un sacco di chili, ho girato tutti gli ospedali lussemburghesi, ho visto più medici io in un anno che il direttore sanitario del Seattle Grace in otto stagioni. Ho subìto un’appendicectomia nonostante avessi un’appendice sana, per non parlare poi dei numerosi esami invasivi che mi sono stati letteralmente inflitti. Tutti a cercare chissà cosa, mentre la spiegazione era nel piatto.
Anche in quello che mi portavano quand’ero in ospedale, naturalmente.

Poi un bel giorno un medico generico si è ridestato da questo diffuso torpore e si è fatto venire un dubbio: siccome c’è una cosa che si chiama intolleranza al lattosio che potrebbe spiegare i sintomi e che peraltro sembrerebbe interessare il 70% della popolazione mondiale, perché non facciamo un semplice test del DNA e vediamo se questa sindrome ha mietuto un’altra vittima?

Risultato: ipolattasia primaria. Che in soldoni significa: il tuo organismo non produce una quantità sufficiente di lattasi (l’enzima deputato alla scissione del lattosio), anzi forse non la produce affatto, pertanto tutto il lattosio che ingerisci si accumula nel tuo intestino e ti intossica di brutto. Quindi evita il lattosio e tornerai in salute.

Niente di più vero. Ma eludere il lattosio è tutt’altro che semplice. Primo, perché si trova dappertutto. Secondo, perché è difficile da scovare: si cela negli alimenti più impensati e negli ingredienti più insospettabili, si nasconde sotto falso nome per colpire a tradimento e, ingannevole, si finge inoffensivo confondendosi tra sostanze innocue. Terzo, perché la disinformazione è spaventosa, la confusione dilaga e neanche gastroenterologi e nutrizionisti sono in grado di consigliare ai propri pazienti la dieta giusta.

All’inizio è dura, proprio perché la lista di alimenti da escludere che gli esperti del settore ti forniscono non è mai completa e quindi tu continui a stare male senza capire per quale ragione. Non vai a pensare che possano esistere altri cibi a rischio, perché di questa sindrome non sai nulla e ti fidi ciecamente di ciò che ti hanno detto. Finché un giorno non ti imbatti in altri intolleranti e, confrontandoti con loro, scopri che la dieta che seguono è diversa dalla tua. E il bello di tutto questo è che ognuno ha una lista differente di alimenti vietati, non ce n’è una che sia uguale all’altra! Per cui non ti resta che una cosa da fare: studiare l’argomento, eseguire ricerche, stilare un elenco per conto tuo, provare sulla tua pelle cosa ti fa male e cosa no, individuare i prodotti non pericolosi e cercare quelli lactose-free, rassegnandoti all’idea che prima di capire come mangiare senza conseguenze dovrai trascorrere moltissimo tempo su internet e al supermercato.

Esistono diversi tipi e gradi di intolleranza. Per quanto mi riguarda, solo evitando accuratamente il lattosio riesco a stare bene. Questo ovviamente mi costa molta fatica e molti sacrifici, ma non mi pesa poi così tanto.

Nell’ultimo anno mi sono state prospettate diagnosi di ogni tipo, una rosa che va dal tumore alla psicosi, e sono stata imbottita di farmaci che, manco a dirlo, contenevano lattosio. Poi, quando finalmente è arrivata la diagnosi corretta, certi medici mi dicevano che le piccole quantità di lattosio non potevano danneggiarmi e che alcuni sintomi che avevo non potevano essere provocati da questo disaccaride, ma io ero convinta del contrario e alla fine la mia tenacia ha dato ragione a me!

il lattosio : i sintomi = l’assenza di lattosio : l’assenza di sintomi

Nel mio caso, un’equazione perfetta.

E adesso che sto bene posso ricominciare a godermi la vita, iniziando dal viaggio di nozze. Viaggio previsto tra… uh, pochissimi giorni! Il che vuol dire che, sì, sono ricomparsa, ma presto sparirò di nuovo per tre settimane. Per una buona ragione, però!

Nel frattempo ho rinnovato il blog (spero vi piaccia), che sarà dedicato al Lussemburgo, naturalmente, e all’ipolattasia, nonché alle mie personali esperienze di italiana in Lux, da oggi anche intollerante al lattosio.

Insomma, finalmente sono tornata, felice di poter di nuovo condividere la mia storia con voi.

Annunciazione, annunciazione!

Grande festa in Lussemburgo. E festa più grande tra i monumenti e i giardini di Roma. Ma festa ancora più grande a Gubbio, città dei matti. D’altronde, dove mai potremmo sposarci Daniele ed io se non nella città dei matti?
Non mi vedrete fare tre giri di corsa intorno alla cinquecentesca fontana per ottenere la Patente da Matto, perchè so’ già matta, nè mi vedrete schiacciata dalla folla durante la folkloristica quanto pericolosissima Festa dei Ceri, nè suonare i tamburi alle 5 di mattina per svegliare la popolazione intera. Io, con un corto abito bianco, o crema, o panna, o rosso, o rosa antico (bando al marrone tanto decantato dal mio testimone) varcherò la soglia della sala Consiliare di Palazzo Pretorio con a fianco il mio sposo-pinguino intonato al mio vestito e mano nella mano saliremo le scale, io inciamperò caracollando sui tacchi ma lui, mio eroe, con abile mossa afferrerà il mio braccio e prontamente mi riporterà alla posizione eretta.
12 aprile 2012 alle ore 12. Pensate che dovremmo chiedere una consulenza ai Maya prima di compiere il grande passo?
Be’, comunque quel giorno ci sposeremo, a meno che uno dei due non fugga prima, quando è ancora in tempo, lasciando la povera sposa a disperarsi tra le braccia del cugino dello sposo o lo sposo tra le braccia della sorella della sposa. Potrebbe nascerne una sceneggiatura interessante, altro che Don Matteo!
E la piccola Izzie parteciperà alla cerimonia, rendendola senza ombra di dubbio più allegra, movimentata e divertente. Le compreremo guinzaglio e collare intonati ai vestiti. Come un bouquet la lancerò agli astanti e chi la afferrerà non potrà più fare a meno di prendersi un cane.
Il mio più grande desiderio sarebbe stato che ci sposassimo in jeans dicendo agli invitati di presentarsi con l’abbigliamento che sceglierebbero per andare a fare shopping o una passeggiata a Villa Pamphili e poi tutti a magna’ Dar Quajaro, invece ho dovuto cedere: ci vestiremo eleganti, ma, udite udite, andremo a scegliere insieme i nostri vestiti. Perchè voglio che il mio abito piaccia sì a me, ma anche e soprattutto a lui. Io sarò lì per lui e vorrò indossare solo il vestito che avrà scelto per me. Sì, lo so, che l’uomo non dovrebbe vedere l’abito della sposa prima delle nozze e vi dico anche perchè, perchè inorridendo di fronte a una bomboniera formato gigante scoppierebbe a ridere e a quel punto è certo che il matrimonio inizierebbe nel peggiore dei modi. Noi non correremo questo rischio, considerando poi che per questioni logistiche (alloggeremo nelle stessa suite) sarebbe alquanto complicato nascondere il vestito. “Tesoro, scusa, mi devo preparare, chiuditi un attimo [che tradotto significa almeno un'ora] dentro l’armadio e non uscire finchè non senti la porta d’ingresso sbattere e a quel punto aspetta mezz’ora a scendere perchè devi darmi il tempo di trovare un nascondiglio sicuro. Mi infilo nella spa, non entrare nella spa e dì a qualcuno di venirmi a chiamare solo quando tu sarai arrivato a Piazza Grande”. Invece volete mettere il relax e la complicità del passarsi il vestito l’un l’altro, dell’aggiustarsi a vicenda le piccole imperfezioni e dello scendere mano nella mano e così attraversare il centro storico, raggiungere la piazza pensile ed entrare nella sala Consiliare? Capisco le tradizioni, ma take it easy porca miseria!
Inoltre solo una ventina di partecipanti (Izzie inclusa), un pranzo tutt’altro che interminabile, in una location ancora da stabilire. Lusso o romantica intimità? Vedremo.
Però, però, siamo anticonvenzionali ma pur sempre tradizionalisti e così anch’io ho il mio bel brillocco, che purtroppo non ho potuto indossare perchè era 5 misure più largo. Non era riciclato da una ex con le dita ciccione (spero), semplicemente io non porto anelli e quindi Daniele si è basato sul suo dito mignolo che è ben più grosso anche del mio pollice. Lo abbiamo portato a stringere e quando tornerò in Lux lo riavrò di nuovo. Non vedo l’ora!