La (mala)sanità

Chiedetemi come mi trovo in Lussemburgo e non saprò rispondervi.
Chiedetemi com’è ‘sto Lux, allora, e non saprò rispondervi.
Chiedetemi se c’è lavoro e non saprò rispondervi.
Chiedetemi se è facile adattarsi e non saprò rispondervi.
Chiedetemi com’è la sanità lussemburghese e vi snocciolerò un poema senza precedenti.

L’ultima cosa che un espatriato vorrebbe testare nel suo nuovo habitat è l’assistenza sanitaria.
Guarda caso è stata la prima e unica cosa, o quasi, che ho conosciuto io.

La sanità lussemburghese, a livello burocratico, non fa una piega.
Innanzitutto il lavoratore o residente ha la sua Carte de Sécurité Sociale che gli garantisce l’assistenza medica. Come in Italia, insomma, la differenza è che non c’è pubblico e privato, qui, ma è tutto pubblico (o privato, dipende dai punti di vista). Le tariffe sono fisse, normalmente il paziente paga e poi chiede il rimborso alla Caisse Nationale de Santé. Il rimborso non è quasi mai del 100%, però. Spesso è dell’80%, spesso inferiore e in alcuni casi non è previsto affatto. Per esempio, una visita da un medico generico è rimborsata all’80%, come molti esami diagnostici e molti farmaci. Una seduta di psicoterapia è rimborsata al 30%, ma soltanto se eseguita da uno psichiatra. Non è rimborsata se effettuata da uno psicologo, che come sappiamo non è un un medico. Però neanche le visite dall’osteopata son rimborsate, così come alcuni trattamenti dentistici.
Il medico di base come lo conosciamo noi qui non esiste. Ognuno sceglie il proprio medico generico ed è libero di cambiarlo ogni volta.
L’ambulanza arriva in tempi brevi.
I pronto soccorsi soccorrono prontamente.
Gli ospedali sono belli, sembrano quasi degli hotel a 5 stelle.
E gli infermieri sono eccezionali.

Ma. C’è un ma.

Un ristorante può essere pulito, elegante, accogliente, incantevole, può avere un personale qualificato che tratta l’ultimo cliente come il primo sultano d’Egitto, può avere un’organizzazione fenomenale e un’amministrazione impeccabile, ma se le portate risultano immangiabili, allora che ristorante è?

Ecco, io non voglio generalizzare, però devo. Più che altro posso. Perché non è che ho visto un medico o due, per cui tu dici be’, non si può fare di tutta l’erba un fascio. Macché, io ne ho visti così tanti che li misuro in mesi. Ho provato i pronto soccorsi di 3 ospedali su 4, ho chiesto aiuto a specialisti di ogni genere, ho subìto (subìto è l’unico termine utilizzabile) un ricovero inutile, un’operazione inutile e diversi esami invasivi totalmente inutili. La mia storia è qui, e non ho voglia di ripeterla. Non voglio nemmeno confrontare il Lussemburgo con l’Italia o altre nazioni, perché, come sappiamo, la malasanità è un’epidemia, ma sono stata contagiata qui, da questa epidemia, ne sono uscita devastata e ho bisogno di sfogarmi.
Non sono nessuno per dire che in Lussemburgo i medici non sembrano avere questa grande preparazione, ma da paziente posso affermare con certezza che con me non c’hanno capito un cazzo. Ed era semplice, eh. Per cui… Ho notato una tendenza a partire dalle ipotesi peggiori e a non considerare il problema globalmente. Forse hanno visto troppo Grey’s Anatomy e poco Dr. House, non lo so, fatto sta che avevo svariati sintomi e sono stata palleggiata da uno specialista all’altro, ho volato da un ospedale all’altro, finchè, dopo mesi di totale confusione e a un passo da quella pazzia di cui ormai erano tutti convinti, sono rotolata nuovamente nello studio di un generico che ha avuto un’intuizione che pure un mentalista: sarà il lattosio, forse? Eh, forse.
Per disperazione ero andata a fare qualche visita anche a Roma e, a onor del vero, non c’erano arrivati manco lì, però almeno mi avevano scovato dei batteri banalissimi, dannosissimi e fastidiosissimi che ai medici lussemburghesi erano sfuggiti insieme all’intolleranza tutta. Cioè, tipo, ragazzi nascondiamoci, ce sta un lussemburghese, non ci prendi, non ci prendi, pappappero. Io veramente non capisco. Cioè, la prossima volta vado a Pozzallo dal mago che cura i gay, è uguale.
Mo’ lo dico, mi hanno fatta soffrire tantissimo, fisicamente e psicologicamente, e mi avevano quasi convinta, alla fine, che il mio fosse un disturbo psichiatrico, sono stata a un passo dall’entrare in un giro di psicofarmaci pesanti, ma pesanti proprio, e tutto ciò è veramente assurdo. Da non crederci. Per un’intolleranza alimentare. Io… boh. Poi ci si scandalizza di fronte ai casi gravi di malasanità. Se ci si perde in un bicchiere d’acqua, che cosa pretendiamo?
Comunque voglio spezzare una lancia in favore degli infermieri che secondo me sono davvero eccezionali. Hanno una formazione che in Italia mi sa ce la sogniamo. Perché al di là delle specifiche abilità professionali, mostrano un’umanità e un’empatia che non avevo mai riscontrato prima. Sono sempre gentili, sempre sorridenti, disponibili, sempre pronti ad aiutarti. Sei una persona e non un numero, se ti incontrano a distanza di tempo e ti riconoscono, ti chiedono come stai. E se stai male si dispiacciono per te. Poi ok, in realtà non gliene fregherà una mazza e mentre ti sorridono pensano a come spenderanno il prossimo stipendio, ma garantiscono ai pazienti tutto ciò di cui necessitano, materialmente ed emotivamente, e questa è l’unica cosa che conta, specie quando i medici nun je la fanno proprio.
Ho conosciuto persone che hanno avuto il mio stesso impatto e persone che hanno conosciuto persone che lo hanno avuto. Poi ne ho conosciute altre che con i medici si son trovate bene. E’ così ovunque. In Lussemburgo come in Italia come altrove. Si sa. Ma è difficile accettare di doversi affidare alla fortuna.
Ora spero di non finire al gabbio per diffamazione pure io, sebbene la denuncia avrebbe dovuto beccarsela qualcun altro, a dirla tutta.
Boh, io so una cosa sola: che, in conclusione, se sto bene, è solo grazie a me. Se avessi dovuto dare ascolto a tutte le stronzate che i medici mi propinavano anche dopo la diagnosi corretta, starei ancora a quattro di bastoni. E’ questo che mi preoccupa.
Meglio non pensarci, va’, chi se ne frega. Dopo due anni sarà di nuovo Natale. Il resto non conta.

Attimi di felicità

Ci sono giorni in cui mi sento in pace con me stessa. Succede raramente e proprio per questa ragione quando capita faccio in modo da assaporarli lentamente, dall’inizio alla fine. Oggi è uno di quelli. O almeno lo spero, in fondo è appena cominciato. Ebbene sì, sono le otto e sono sveglia e attiva davanti al computer. C’è poco da gridare al miracolo, alla fine ho ceduto al mio diavolo tentatore che però, lo ammetto, dopo l’ennesima notte insonne mi ha salvato la vita. Se anche stanotte non avessi dormito, a quest’ora sarei in cucina ad aprire un passavivande a craniate. Adesso però bisogna agire in maniera intelligente per non rientrare nel vortice della dipendenza. In realtà sono già sulla buona strada, credo (dell’agire intelligentemente, intendo). Per due ragioni. Da una parte, prima di capitolare, ho aspettato pazientemente (e invano) che il mio ciclo sonno-veglia si ricorreggesse da solo; dall’altra, una volta giunta al limite, mi sono concessa appena dieci gocce, meno di mezza pasticca, per capirci (indovinate un po’ perché assumo il sonnifero in gocce anziché in compresse… la risposta comincia con la elle), e ho dormito benissimo. E mi sono svegliata che mi sembrava di essere un’altra persona (poi purtroppo ero sempre io). E ho fatto di nuovo colazione con Daniele. E ho sorriso e parlato. Ho alzato le serrande, fatto mangiare e fatto uscire Izzie prima delle otto. Continuando a sorridere. Che bello. Peccato solo che per arrivare a questo abbia dovuto ricorrere al trucco. Per carità, non è così grave se lo si fa ogni tanto, quando davvero serve. Ora bisogna vedere se, ripristinato chimicamente il giusto ritmo circadiano, sarà così facile fare di nuovo a meno del simpatico aiutino, con la tendenza che ho io a tenermi strette certe cose. Provo un sentimento di amore-odio verso il sonnifero e quindi o mi ci attacco come un poppante alla gonna della mamma o lo rinchiudo con rabbia nell’angolo più remoto dell’armadietto tentando di cancellare dai miei ricordi tutti i bei momenti trascorsi insieme. Be’, staremo a vedere…
Comunque, in realtà è più facile che ci siano quarti d’ora in cui ci si sente in pace con se stessi (parlare di intere giornate è un po’ troppo ottimistico) e mi è capitato ieri, nonostante il totale stravolgimento provocato dalla mancanza di sonno (no, non erano allucinazioni, anche se ci sono andata vicino). Desideravo ardentemente rimanere a casa, anche perché la devastazione che mi stava colpendo non mi permetteva di guidare (tra parentesi, la Smart mi ha lasciata per il meccanico, spero che decida di tornare presto da me) e anche perché, è una lunga storia, ma i colleghi di Daniele hanno perso il mio libro di francese e se mi fossi presentata a lezione priva del libro dopo tre settimane di assenza avrei potuto subire l’ira dell’insegnante con conseguenze potenzialmente disastrose (viste le mie precarie condizioni psicologiche, o sarei scappata piangendo o avrei aggredito la prof a suon di volgarità e sediate). Insomma, avrei voluto saltare la lezione ma non potevo perché, a causa del viaggio, ho già fatto troppe assenze questo mese e se ne faccio un’altra o due, l’INL mi silura e si tiene pure i soldi. Allora mi sono fatta coraggio e ho preso l’autobus. Questo sconosciuto. Che fa la stessa strada che faccio io con la macchina quando vado a scuola. Sono scesa a Place Hamilius perché dovevo andare a ricomprare questo benedetto libro. Sull’autobus, mentre sonnecchiavo nervosamente avvolta da un piacevole tepore cercando di tenere gli occhi aperti per curiosare fuori dal finestrino, riflettevo sul fatto di quanto prendere l’autobus anziché la macchina faccia la differenza sul vivere e percepire i luoghi in cui si abita, sul sentirsi cittadino (cioè, io sonnecchiavo nervosamente, curiosavo fuori e al contempo riflettevo, ma  tu pensa quante cose si possono fare nello stesso momento!). A parte il fatto che quando guidi, per ovvie ragioni, sei concentrato sulla strada che hai davanti e perdi tutto quello che ti circonda, ma poi sei lì chiuso nel tuo abitacolo, con la tua musica a tutto volume, e con gli altri non condividi che l’asfalto. Il mondo è fuori, sui mezzi pubblici, per strada, è lì che ti senti vivo, che ti senti di appartenere a qualcosa, a una comunità, anche se nessuno ti si fila. Roba che a Roma non puoi nemmeno varcare la soglia del cancello. E’ pur vero che se a Roma qualcuno ti lancia uno sguardo, ti spara un apprezzamento, ti vomita addosso un’offesa o semplicemente ti scippa, tu quel tizio non lo rivedrai mai più. Mentre questo Stato è talmente piccolo che le persone quasi non si azzardano nemmeno a scambiarsi un’occhiata, perché potrebbero essere fraintese e 10 a 1 che domani si ritrovano alla stessa festa o a mangiare allo stesso ristorante.
Comunque, dalla libreria sono andata a scuola a piedi, anziché risalire sull’autobus, un po’ per mettere alla prova il mio senso d’orientamento, un po’ perchè mi andava di camminare nonostante il freddo e il grigiore. (Ammetto anche che non sapevo bene quale autobus dovessi prendere, nè dove, nè verso quale direzione). Ed è mentre facevo questa breve passeggiata, con i tacchi e lo zaino, il naso ghiacciato dai 7°C e un cappello di lana dentro il quale avevo raccolto la massa informe dei miei capelli, è stato allora che mi sono sentita in pace con me stessa. Non percepivo più la stanchezza. Non avevo freddo. Il cielo era coperto ma per me splendeva il sole e il Lussemburgo mi piaceva un sacco. Mi sentivo il sorriso stampato in faccia (forse però quella era una paresi temporanea provocata dal freddo) ed era come se camminassi con una bevanda calda in mano. Ok, forse a quel punto le allucinazioni erano arrivate davvero, ma io mi sentivo bene, finalmente in pace.
Dite che dovrei passare più spesso notti in bianco? No, io penso che forse dovrei prendere più spesso l’autobus e camminare di più per la città. Se mi fa stare bene, perché no?

Ricomincio da 0. Anzi, da -1.

E non sto parlando di gradi centigradi, altrimenti sarei scesa a -9, ovvero la mite temperatura che mi schiaffeggerà sabato sera quando tornerò finalmente a casa.
Eh sì, perchè in tutto questo tempo, cioè nell’ultimo mese, che non è poi molto ma per me è un tempo infinito che è passato solo grazie alla costante presenza dei miei amici e della mia famiglia, in tutto questo tempo, dicevo, sono stata in Italia nel disperato tentativo di porre rimedio ai danni provocati da alcuni medici di un ospedale lussemburghese che non nominerò qui per evitare uno scontro giuridico. Ciò non toglie che chiunque tenga alla propria salute e voglia conoscere nomi e cognomi, negligenze ed overtreatments, glieli rivelerò in separatissima sede se mi offrirà un caffè. Nel frattempo si pensava di rendere noto alla caisse de maladie che nel tale ospedale sono stati spesi INUTILMENTE migliaia di euro, e si pensava anche di avvertire il direttore sanitario del tale ospedale che si sono verificati degli avvenimenti abbastanza incresciosi che hanno portato alla paziente in questione (moi) nessunissimo beneficio ma, al contrario, tanta ingiustificabile sofferenza.
Un’italiana, felicemente divenuta Un’italiana in Lussemburgo nell’ottobre 2011, si è trasformata nell’arco di 2 settimane in Un’italiana in Lussemburgo in giro per gli ospedali e, dopo 2 mesi traumatici, in Un’italiana in Lussemburgo in Italia alla ricerca di medici competenti e con un briciolo di umanità. E così, dopo una brutta esperienza con un ex-superprimario italiano malato di Alzheimer e di enfisema polmonare che non faceva altro che chiedermi “Ma tu stai prendendo antibiotici?” “No, dottore, gliel’ho detto prima, ho finito il 2 gennaio” per prescrivermi alla fine un’ecografia vescico-PROSTATICA, sono approdata nello studio della mia fidata ginecologa che già solo consigliandomi un particolare prodotto è riuscita a farmi passare in dieci giorni i dolori che avevo da 2 mesi e mezzo, quando lassù al nord mi avevano dimessa dall’ospedale incriminato senza adeguata terapia. Ed è riuscita a farmi una diagnosi, quando lassù al nord avevano scritto “boh…?” o qualcosa di simile nella cartella clinica. Ed è riuscita a scovare un altro mostro dentro di me, che lassù al nord non avevano trovato. E ha prestato molta attenzione a un disturbo secondario che potrebbe essere più importante del previsto, quando lassù al nord mi avevano detto “Non hai niente, non ci pensare, fai altre cose, distraiti” dopo una rapidissima occhiata in direzione dell’ubicazione del famigerato disturbo fantasma (un nanosecondo a di’ tanto).
Cioè, sfigata io a capitare nelle mani di incompetenti alla mia prima esperienza ospedaliera lussemburghese. Anzi, proprio alla mia prima esperienza lussemburghese, perchè vi ricordo che ero appena arrivata e mi ero appena iscritta al corso di francese: 3 giorni di lezione e mi sono ritrovata in una stanza asettica insieme a una vecchia lussemburghese che parlava solo lussemburghese. Poteva capitarmi la stessa cosa in Italia (ritrovarmi in una stanza meno asettica con un’italiana che parla solo calabrese). Purtoppo, però, è capitato in Lux, e quando devi subire colonscopie, cistoscopie, laparoscopie, appendicectomie a sorpresa e dolci inserimenti di cateteri, il tutto in lingua straniera, e stando così male da non avere la forza di opporti, ti lasci trattare come una cavia che non capisce perchè ma si rassegna non riuscendo ad individuare una via di fuga. Se fosse successo in Italia, almeno avrei potuto tirare un vaffanculo liberatorio ogni tanto. Meglio di niente, voglio dire.
Comunque eccomi qui, quasi pronta a ripartire per ricominciare da -1, perchè nel frattempo sono peggiorata: quelle poche parole francesi che conoscevo e quel poco di accento che mi veniva naturale si sono volatilizzati insieme a quel minimo di sicurezza e all’enorme entusiasmo che mi avevano accompagnata in Lux alla fine di ottobre. Staranno tutti insieme da qualche parte. Magari nascosti in giardino, sotto quell’albero solitario su cui non si fermano a riposare nemmeno gli uccellini, visto che la loro casetta è tutta sgarrupata. Chiederò a Izzie di ritrovare il mio entusiasmo scomparso. Izzie, che non vedo da un mese e che ha risentito della mia nefasta presenza in quei giorni maledetti e con pazienza si è adattata al cambiamento di ritmi e di vita. Fortuna che ha un “papà” premuroso ed affettuoso e dei “nonni” fantastici.
E poi ricomincio da -1 perché torno in Lux con una carovana di paure, molte più di quante ne avessi all’inizio. Essendo finita in ospedale, non ho avuto modo di affrontare le sane paure iniziali e adesso a quelle se ne sono aggiunte altre decisamente meno sane e ricominciare sarà molto, molto più difficile per me e per tutti, purtroppo. Ma ce la faremo.
Tornerò con la Swiss. Mai provata prima d’ora. L’aereo fa scalo a Zurigo, e ho 50 minuti per prendere il volo successivo. Speriamo bene con il tempo che si prevede. Non voglio dormire sui panconi dell’aeroporto o per terra sopra il plaid della croce rossa. Se succede qualcosa, testimoni tutti, prenderò la Luxair per il resto della mia vita.
Quando partirò da Roma, sabato, ci saranno 3°C. Quando arriverò a Lussemburgo, ci saranno -9°C. Poi dici perchè uno si ammala così facilmente. Però, cazzo, non mi poteva venire un raffreddore? Un’influenza con una bella bronchite? Due settimane a letto e passa la paura. Ma a noi le cose semplici non piacciono e allora vai col P.I.D. provocato da biiip e biiip con altri disturbi singolari ma, credetemi, scarsamente sopportabili, ancora da verificare. Purtroppo da verificare in Lux. Paura, eh?
Lo ammetto. Tanta, tanta paura, anche e soprattutto di altre cose che vanno al di là delle questioni mediche.
Comunque, ecco. Riparto da -1, ma stavolta, ve lo prometto, supererò il livello zero e mi preparerò ad una salita lenta, graduale e possibilmente lineare.
Sarete con me?

Dalla palestra non si scappa

Tempo fa, quando io ero ancora a Roma e Daniele in Lussemburgo, mi propose, per risparmiare, un’iscrizione biennale in palestra. Avevamo già deciso che nella nostra nuova vita ci sarebbe stato spazio per il fitness, e quindi accettai di buon grado. Ma ero ignara del vincolo che tale iscrizione avrebbe comportato: pagare obbligatoriamente le quote mensili per due anni di seguito, a prescindere dal godimento del servizio.  Ingenuamente ed erroneamente, avevo capito che avremmo avuto un tesseramento valido due anni e che avremmo potuto iniziare quando ci pareva e pagare solo i mesi effettivamente impiegati ad affisicarci. Invece no. Iscrivendoci per 730 giorni, abbiamo praticamente pagato in anticipo. Anzi, peggio, ora è come se avessimo un mutuo da estinguere nel giro di due anni. E allora che si fa? Non ci sono alternative. Come orsi alla catena, si inizia a frequentare la palestra, sperando di raccoglierne i frutti un po’ prima del 2013.

E’ una palestra molto bella. Appartiene a una catena chiamata HealthCity, formata da una settantina di club distribuiti in diverse nazioni (pare che presto ne apriranno uno anche a Roma). Con la tua tessera HealthCity puoi allenarti in tutte le palestre HealthCity, cioè tipo quando l’altra volta sono andata a trovare la mia amica in Belgio, avrei potuto assentarmi un’oretta per andare a fare ginnastica.

L’iscrizione che abbiamo fatto è all inclusive. Ciò significa che possiamo andarci quando vogliamo, usare liberamente gli attrezzi, seguire i corsi, utilizzare la sauna, il solarium, la sala relax, la doccia emozionale. Inoltre, gli spogliatoi sono dotati di bagnoschiuma, shampoo e numerosi fon. Ma non finisce qui! Prima di andar via, possiamo prendere gratuitamente un film dalla dvdteca della palestra oppure accomodarci nel salotto e sorseggiare una bevanda senza aprire il portafoglio. Roba da entrare lì dentro e non uscire più.

Anche perché all’ingresso ci sono circa 50 macchine da cardiofitness disposte più o meno su 5 file da 10 posizionate davanti a 8 schermi piatti, ognuno sintonizzato su un diverso canale. Ciascuna macchina ha un telecomando, a cui collegare i propri auricolari, che permette al cliente di scegliere se ascoltare l’audio di una delle 8 tv, oppure, in alternativa, una stazione radio. Quindi, che succede, che tu sali sul tuo bel tapis roulant, ti metti a guardare la televisione, il tempo passa, manco te ne accorgi, e quando scendi sei più magro di Fassino.

Poi c’è la magia del lucchetto. Gli spogliatoi sono ampi, belli, puliti, eleganti, in legno scuro. Gli armadietti sono tanti e spaziosi e si chiudono con la tessera. Basta appoggiarla all’anta e click!, non s’apre più. Niente di eccezionale, è vero, ma per me è eccezionale semplicemente il fatto che funzioni. Anni fa frequentavo una grossa palestra romana, che aveva ideato la figata del secolo: niente tessere, si entra con l’impronta digitale! Quindi tu arrivavi, ti iscrivevi, ti prelevavano l’impronta digitale, il receptionist smanettava sul computer, poi appoggiavi l’indice su un prisma ottico, il tornello si apriva, pensavi “Da paura!”, entravi e andavi a fare la tua prima lezione di fitness. Il giorno dopo tornavi, mettevi il polpastrello sopra il prisma e non succedeva niente. Anzi, sì, si sentiva uno sgradevole bip che voleva dire “Attenzione! Qui c’è qualcuno che non ha pagato e che vuole entrare a sbafo!”, il receptionist ti riconosceva e provvedeva ad aprirti. E così sempre. Ogni giorno a partire dal secondo. Con vistoso e crescente imbarazzo del receptionist stesso. Vogliamo parlare di qualcosa di più semplice? Ok, la tessera della Coop che serve a prelevare il Salvatempo, un dispositivo portatile che legge i codici a barre permettendo di ridurre i tempi di attesa alla cassa. La tessera in questione si striscia come una carta di credito ma funziona quando je pare e a volte il tempo che dovresti salvare grazie al Salvatempo, lo perdi comunque, sempre grazie al Salvatempo. Per cui sono molto colpita dalla tessera-lucchetto di HealthCity, perché fa quello che deve, cioè funziona.

La palestra ha due piani: sotto i macchinari cardio, gli spogliatoi, il bar e una sala fitness, sopra gli attrezzi per il body building e altre due sale. Noi ci andiamo di sera, quando non c’è moltissima gente perché è ora di cena. In ogni caso di gente ce n’è, e tutti a sgobbare, soffrire, sfogarsi. I macchinari cardio galleggiano in pozze di sudore, i clienti puliscono col disinfettante gli attrezzi che hanno usato e non si sentono quei versi sovrumani per i quali ti domandi “Sta sollevando 700 chili o non va al bagno da 3 settimane…?”.

Comunque la mia più grande preoccupazione è che qualcuno mi rivolga la parola. Che ne so, mentre sono alla lat machine, tutta rossa e con le vene gonfie, potrebbe arrivare uno e chiedermi: “Excusezmoiquevousmanque?Voulezvousfaireenalternantseries?Maissivousavezpresquefinijattendspasdeprobleme!”. Cioè, voglio dire, già non capisco il francese normalmente, figuriamoci sotto sforzo.

Per ora la cosa più strana che ho visto è della gente che fa ginnastica con le infradito. Chissà se a loro sembro strana io, che invece di pulire l’attrezzo che ho usato pulisco quello accanto, che corro sulle punte e non so usare il wave, che ho la forza di Montgomery Burns e la grazia di un elefante zoppo, che parlo solo italiano e osservo gli altri nella convinzione di essere invisibile. A pensarci bene, se indossassi solo le infradito sarei meno ridicola. Be’, alla fine ho due anni di tempo per imparare a correre in ciavatte, magari ce la faccio.

Intanto spero che l’allenamento rafforzi il mio fisico e gli consenta di affrontare l’inverno. Oggi fa freddissimo (per me), ci sono 9 gradi, sto congelando anche dentro casa coi termosifoni accesi, due paia di calzini e tre maglie a maniche lunghe. Se mi vesto così il 7 ottobre, a dicembre dovrò chiedere a Babbo Natale di portarmi dei termoabiti? HealthCity, aiutami tu!