Club Polyglotte Luxembourg

Martedì sono andata al Club Polyglotte e sono riuscita a parlare solo col cameriere per ordinare un bicchiere di vino. Mo’ non credo di essere io il problema, perché eravamo in due, ed il mio amico, oltre a ordinare una birra, ha detto bye a due tizi mentre andavamo via. Per la serie: dio li fa e poi li accoppia? Può darsi.
Fatto sta che tu non è che puoi entrare e piazzarti a un tavolo in cui tot persone stanno già chiacchierando animatamente. Cioè, in realtà dovresti. Ma non puoi. Insomma, che fai? Ti siedi e dici: “Hello! My name is Isa and this is my hair!”? Boh. Non c’è nessuno che ti introduca. Nessuno che ti spieghi come funziona la serata. Voglio dire, non ci vuole una laurea per capirlo, ovvio, ma sarebbe comunque un modo per dare il benvenuto ai nuovi clienti, per metterli a proprio agio, per far capire a chi è già seduto che ci sono delle new entry, per aiutare tutti a rompere il ghiaccio, per ridurre l’imbarazzo generale, che ne so. Invece niente. In onore del mio amico, che è spagnolo, nada. C’è giusto un cameriere. E nessuno a chiedere i 3 euro di iscrizione. Io volevo pagare, pensa un po’. Ma niente. Nada.
E poi nessun cartello. Sembra un posto qualsiasi. Anche un po’ inquietante, a dirla tutta. Al primo piano, ricavato da un appartamento, la porta che sembra l’ingresso di un’area con pericolo di radiazioni, un corridoio in cui il triciclo di Shining resterebbe incastrato, a sinistra un bagno e a destra questa stanza anonima. Io certe cose non le capisco proprio.
Comunque, c’era una megatavolata inglese e nemmeno un posto libero: mica potevamo acchiappare due persone a caso e costringerle a venire con noi! Per cui alla fine abbiamo ordinato i nostri drink e ci siamo seduti a chiacchierare per conto nostro. Ovviamente in inglese, anche perché io non parlo spagnolo e il mio amico non parla italiano. Il vino era buono, pure la birra, presumo, forse è davvero il posto con i drink più economici del Lux e a parte tutto siamo stati bene, ma avremmo potuto evitare di prendere freddo (c’erano appena 7 gradi sotto zero) andando in un bar qualunque vicino alla scuola di lingua. Tra l’altro c’era poca gente al Club Polyglotte, ma forse abbiamo solo beccato la serata no. Magari la prossima volta saremo più fortunati, chissà. Sempre se una prossima volta ci sarà.

Merci beaucoup e many thanks all’Institut National des Langues

Se siete appena arrivati in Lussemburgo e cercate una scuola di lingua, vi consiglio spassionatamente di rivolgervi all’Instuitut National de Langues, che è senza dubbio la scuola migliore. La scelta dei corsi è piuttosto vasta, sia per quanto riguarda le lingue (otto), che per quanto riguarda i livelli e gli orari. Gli insegnanti hanno un’ottima impostazione, sebbene alcuni tendano a dimenticare a casa simpatia e calma interiore. Dal punto di vista burocratico, poi, è tutto informatizzato (occorre presentarsi di persona solo all’atto della prima iscrizione). Inoltre, rispetto ai centri di cui vi avevo parlato un anno fa, l’INL è molto meno caro. Se due settimane di lezione alla YES academy costano 520 Euro e tre settimane da Prolingua 580 Euro, all’INL si paga meno della metà per un intero semestre. Tuttavia, un tasso di presenza mensile inferiore al 50% comporta l’annullamento dell’iscrizione. Ovviamente le liste d’attesa sono molto lunghe ed è consigliabile fare domanda il prima possibile per avere più chance di rientrare, anche perché alcuni utenti, come gli studenti che hanno seguito i corsi del semestre precedente, godono del diritto di priorità. Comunque, male che vada, l’INL fornisce agli esclusi un buono per un’iscrizione prioritaria, valido per il ciclo di corsi immediatamente successivo.

Io oramai sono entrata nel giro. Sto anche nella loro brochure!

In sei mesi sono passata dal livello A1 al livello A2 (ovvero da superpippe a pippe) in francese e dal livello B1 al livello B2 in inglese. Ora, al di là di questi codici, che non vogliono dire un granché, considerando che il generale livello di inglese della mia classe precedente mi sembrava addirittura più alto, solo negli ultimi giorni sto iniziando ad avvertire la sensazione di aver fatto un piccolo (sottolineo piccolo) salto di qualità. In francese, i participi passati mi hanno aperto un mondo e mi stanno facendo uscire allo scoperto. In inglese, mi pare di essere migliorata nella comprensione e mi meraviglio di me stessa quando realizzo di capire al volo quelle parole e quelle frasi che fino ad oggi erano state per me un puro ammasso di fonemi insignificanti. Inoltre sta finendo l’era della traduzione mentale come passaggio obbligato tra il pensiero e la parola o tra le parole degli altri e la mia comprensione. Certo è che, studiando inglese e francese insieme, ritrovarsi a parlare anglofrancese o francanglitaliano è ordinaria amministrazione.  Di contro, forse grazie a tale miscuglio infernale, comincio a riconoscere la nazionalità delle persone non anglofone che parlano inglese. I francesi, per esempio, oltre ad avere il problema della erre, buttano l’accento sulla destra e infilano la “sz” dappertutto. “Mai neim isz MaRc ensz ai laik Resz staf. Uosz aR iouR fevoRit colòRsz?” (“My name is Marc and I like red stuff. What are your favorite colours?”). Quelli dell’Est europeo hanno la tendenza a pronunciare la “w” “v”. Cioè, non dicono “Ui uont”, dicono “Vi vont”. Anzi, dicono “Vi vant”. Gli spagnoli e gli italiani, invece, inventano le parole e pare stiano andando a venne er pesce ar mercato. Io, se è vero che quando parlo francese sembro Ariel di Zelig, quando parlo inglese sembra che sia appena stata dal dentista, più o meno come Monica Bellucci quando parla italiano.

Ma è allorché arriva il giorno in cui cominci a dire “ordinanza” anziché “richiesta” o “vino” anziché “aceto” che devi iniziare a preoccuparti, perché questo significa una cosa sola: che stai iniziando a diventare un po’ lussemburghese pure tu.

Ricomincio da 0. Anzi, da -1.

E non sto parlando di gradi centigradi, altrimenti sarei scesa a -9, ovvero la mite temperatura che mi schiaffeggerà sabato sera quando tornerò finalmente a casa.
Eh sì, perchè in tutto questo tempo, cioè nell’ultimo mese, che non è poi molto ma per me è un tempo infinito che è passato solo grazie alla costante presenza dei miei amici e della mia famiglia, in tutto questo tempo, dicevo, sono stata in Italia nel disperato tentativo di porre rimedio ai danni provocati da alcuni medici di un ospedale lussemburghese che non nominerò qui per evitare uno scontro giuridico. Ciò non toglie che chiunque tenga alla propria salute e voglia conoscere nomi e cognomi, negligenze ed overtreatments, glieli rivelerò in separatissima sede se mi offrirà un caffè. Nel frattempo si pensava di rendere noto alla caisse de maladie che nel tale ospedale sono stati spesi INUTILMENTE migliaia di euro, e si pensava anche di avvertire il direttore sanitario del tale ospedale che si sono verificati degli avvenimenti abbastanza incresciosi che hanno portato alla paziente in questione (moi) nessunissimo beneficio ma, al contrario, tanta ingiustificabile sofferenza.
Un’italiana, felicemente divenuta Un’italiana in Lussemburgo nell’ottobre 2011, si è trasformata nell’arco di 2 settimane in Un’italiana in Lussemburgo in giro per gli ospedali e, dopo 2 mesi traumatici, in Un’italiana in Lussemburgo in Italia alla ricerca di medici competenti e con un briciolo di umanità. E così, dopo una brutta esperienza con un ex-superprimario italiano malato di Alzheimer e di enfisema polmonare che non faceva altro che chiedermi “Ma tu stai prendendo antibiotici?” “No, dottore, gliel’ho detto prima, ho finito il 2 gennaio” per prescrivermi alla fine un’ecografia vescico-PROSTATICA, sono approdata nello studio della mia fidata ginecologa che già solo consigliandomi un particolare prodotto è riuscita a farmi passare in dieci giorni i dolori che avevo da 2 mesi e mezzo, quando lassù al nord mi avevano dimessa dall’ospedale incriminato senza adeguata terapia. Ed è riuscita a farmi una diagnosi, quando lassù al nord avevano scritto “boh…?” o qualcosa di simile nella cartella clinica. Ed è riuscita a scovare un altro mostro dentro di me, che lassù al nord non avevano trovato. E ha prestato molta attenzione a un disturbo secondario che potrebbe essere più importante del previsto, quando lassù al nord mi avevano detto “Non hai niente, non ci pensare, fai altre cose, distraiti” dopo una rapidissima occhiata in direzione dell’ubicazione del famigerato disturbo fantasma (un nanosecondo a di’ tanto).
Cioè, sfigata io a capitare nelle mani di incompetenti alla mia prima esperienza ospedaliera lussemburghese. Anzi, proprio alla mia prima esperienza lussemburghese, perchè vi ricordo che ero appena arrivata e mi ero appena iscritta al corso di francese: 3 giorni di lezione e mi sono ritrovata in una stanza asettica insieme a una vecchia lussemburghese che parlava solo lussemburghese. Poteva capitarmi la stessa cosa in Italia (ritrovarmi in una stanza meno asettica con un’italiana che parla solo calabrese). Purtoppo, però, è capitato in Lux, e quando devi subire colonscopie, cistoscopie, laparoscopie, appendicectomie a sorpresa e dolci inserimenti di cateteri, il tutto in lingua straniera, e stando così male da non avere la forza di opporti, ti lasci trattare come una cavia che non capisce perchè ma si rassegna non riuscendo ad individuare una via di fuga. Se fosse successo in Italia, almeno avrei potuto tirare un vaffanculo liberatorio ogni tanto. Meglio di niente, voglio dire.
Comunque eccomi qui, quasi pronta a ripartire per ricominciare da -1, perchè nel frattempo sono peggiorata: quelle poche parole francesi che conoscevo e quel poco di accento che mi veniva naturale si sono volatilizzati insieme a quel minimo di sicurezza e all’enorme entusiasmo che mi avevano accompagnata in Lux alla fine di ottobre. Staranno tutti insieme da qualche parte. Magari nascosti in giardino, sotto quell’albero solitario su cui non si fermano a riposare nemmeno gli uccellini, visto che la loro casetta è tutta sgarrupata. Chiederò a Izzie di ritrovare il mio entusiasmo scomparso. Izzie, che non vedo da un mese e che ha risentito della mia nefasta presenza in quei giorni maledetti e con pazienza si è adattata al cambiamento di ritmi e di vita. Fortuna che ha un “papà” premuroso ed affettuoso e dei “nonni” fantastici.
E poi ricomincio da -1 perché torno in Lux con una carovana di paure, molte più di quante ne avessi all’inizio. Essendo finita in ospedale, non ho avuto modo di affrontare le sane paure iniziali e adesso a quelle se ne sono aggiunte altre decisamente meno sane e ricominciare sarà molto, molto più difficile per me e per tutti, purtroppo. Ma ce la faremo.
Tornerò con la Swiss. Mai provata prima d’ora. L’aereo fa scalo a Zurigo, e ho 50 minuti per prendere il volo successivo. Speriamo bene con il tempo che si prevede. Non voglio dormire sui panconi dell’aeroporto o per terra sopra il plaid della croce rossa. Se succede qualcosa, testimoni tutti, prenderò la Luxair per il resto della mia vita.
Quando partirò da Roma, sabato, ci saranno 3°C. Quando arriverò a Lussemburgo, ci saranno -9°C. Poi dici perchè uno si ammala così facilmente. Però, cazzo, non mi poteva venire un raffreddore? Un’influenza con una bella bronchite? Due settimane a letto e passa la paura. Ma a noi le cose semplici non piacciono e allora vai col P.I.D. provocato da biiip e biiip con altri disturbi singolari ma, credetemi, scarsamente sopportabili, ancora da verificare. Purtroppo da verificare in Lux. Paura, eh?
Lo ammetto. Tanta, tanta paura, anche e soprattutto di altre cose che vanno al di là delle questioni mediche.
Comunque, ecco. Riparto da -1, ma stavolta, ve lo prometto, supererò il livello zero e mi preparerò ad una salita lenta, graduale e possibilmente lineare.
Sarete con me?

Solo un frammento

Avevo fatto il secondo passo. Il secondo passo verso la mia nuova vita. Mi ero iscritta a un corso di francese. Per quanto semplice e banale, era un passo importante. Importantissimo per me. Volevo imparare il francese, volevo conoscere persone nuove, volevo riuscire a comunicare con minori difficoltà, volevo lanciarmi. Nella mia classe di francese c’erano un italiano, una bosniaca, due inglesi, un’americana e una peruviana. Li ho visti tre volte. Dopodichè ho iniziato a passare da un ospedale all’altro. Stavo male e non capivano cosa avessi. Alla fine mi hanno ricoverata per una settimana. Mi hanno fatto tantissimi esami. Alcuni veramente terribili. Veramente. Ho subìto anche un’appendicectomia ma non avevo un’appendicite vera e propria.
Nessuno parlava italiano. Cercavo di comunicare in tre lingue. Avevo paura di rimanere in quella stanza per sempre.
Ho iniziato a star male il 9 novembre. Mi hanno ricoverata il 27 novembre, la terza volta che finivo al pronto soccorso. Oggi è il 20 dicembre, sto meglio, i sintomi si sono attenuati ma non sono ancora passati. Domenica pomeriggio, per la prima volta, sono stata bene, non mi sembrava vero. E infatti adesso sto di nuovo così così.
Nessuno ha capito cosa abbia. E quando non capiscono cos’hai, tirano fuori la psicosomatica. Se non è organico, è psicosomatico. Abbastanza logico come discorso, altrettanto difficile da accettare. Molto difficile.
Stare male da un mese e mezzo senza capire perchè. Non poter andare avanti senza sapere per quale ragione. Avere dei sintomi terribili per giorni e giorni. Riempirsi ed essere riempita di sostanze chimiche. Reincontrare sempre gli stessi medici e gli stessi infermieri. Porsi mille domande che non hanno risposta. Sentirsi dire, alla fine, che probabilmente si tratta di disturbi psicosomatici. Che all’inizio, sì, erano organici (bisognerà pur giustificare un’operazione chirurgica, o no?), ma poi… ora è la testa che produce i sintomi e li alimenta. Quindi non ci devi pensare, devi pensare ad altre cose. Ok?
Ok. Allora spero che abbiate ragione e ricomincio.
Ricomincio da capo.
E torno ad essere quella di prima.

AGGIORNAMENTO DEL 22 DICEMBRE
Psicosomatico un cazzo!
C’era una volta un batterio che era lì da un mese e mezzo. Alcuni medici non lo avevano cercato, altri lo avevano trovato ma si erano tenuti questa scoperta tutta per sé, altri ancora non se n’erano accorti. E la paziente soffriva. La torturavano e le dicevano che non aveva niente. Le prescrivevano farmaci inutili e poi le consigliavano di non pensarci perché doveva essere un problema psicologico. Un disturbo psicosomatico. Sì. Psicosomatico. Ma vaffanculo!