Attimi di felicità

Ci sono giorni in cui mi sento in pace con me stessa. Succede raramente e proprio per questa ragione quando capita faccio in modo da assaporarli lentamente, dall’inizio alla fine. Oggi è uno di quelli. O almeno lo spero, in fondo è appena cominciato. Ebbene sì, sono le otto e sono sveglia e attiva davanti al computer. C’è poco da gridare al miracolo, alla fine ho ceduto al mio diavolo tentatore che però, lo ammetto, dopo l’ennesima notte insonne mi ha salvato la vita. Se anche stanotte non avessi dormito, a quest’ora sarei in cucina ad aprire un passavivande a craniate. Adesso però bisogna agire in maniera intelligente per non rientrare nel vortice della dipendenza. In realtà sono già sulla buona strada, credo (dell’agire intelligentemente, intendo). Per due ragioni. Da una parte, prima di capitolare, ho aspettato pazientemente (e invano) che il mio ciclo sonno-veglia si ricorreggesse da solo; dall’altra, una volta giunta al limite, mi sono concessa appena dieci gocce, meno di mezza pasticca, per capirci (indovinate un po’ perché assumo il sonnifero in gocce anziché in compresse… la risposta comincia con la elle), e ho dormito benissimo. E mi sono svegliata che mi sembrava di essere un’altra persona (poi purtroppo ero sempre io). E ho fatto di nuovo colazione con Daniele. E ho sorriso e parlato. Ho alzato le serrande, fatto mangiare e fatto uscire Izzie prima delle otto. Continuando a sorridere. Che bello. Peccato solo che per arrivare a questo abbia dovuto ricorrere al trucco. Per carità, non è così grave se lo si fa ogni tanto, quando davvero serve. Ora bisogna vedere se, ripristinato chimicamente il giusto ritmo circadiano, sarà così facile fare di nuovo a meno del simpatico aiutino, con la tendenza che ho io a tenermi strette certe cose. Provo un sentimento di amore-odio verso il sonnifero e quindi o mi ci attacco come un poppante alla gonna della mamma o lo rinchiudo con rabbia nell’angolo più remoto dell’armadietto tentando di cancellare dai miei ricordi tutti i bei momenti trascorsi insieme. Be’, staremo a vedere…
Comunque, in realtà è più facile che ci siano quarti d’ora in cui ci si sente in pace con se stessi (parlare di intere giornate è un po’ troppo ottimistico) e mi è capitato ieri, nonostante il totale stravolgimento provocato dalla mancanza di sonno (no, non erano allucinazioni, anche se ci sono andata vicino). Desideravo ardentemente rimanere a casa, anche perché la devastazione che mi stava colpendo non mi permetteva di guidare (tra parentesi, la Smart mi ha lasciata per il meccanico, spero che decida di tornare presto da me) e anche perché, è una lunga storia, ma i colleghi di Daniele hanno perso il mio libro di francese e se mi fossi presentata a lezione priva del libro dopo tre settimane di assenza avrei potuto subire l’ira dell’insegnante con conseguenze potenzialmente disastrose (viste le mie precarie condizioni psicologiche, o sarei scappata piangendo o avrei aggredito la prof a suon di volgarità e sediate). Insomma, avrei voluto saltare la lezione ma non potevo perché, a causa del viaggio, ho già fatto troppe assenze questo mese e se ne faccio un’altra o due, l’INL mi silura e si tiene pure i soldi. Allora mi sono fatta coraggio e ho preso l’autobus. Questo sconosciuto. Che fa la stessa strada che faccio io con la macchina quando vado a scuola. Sono scesa a Place Hamilius perché dovevo andare a ricomprare questo benedetto libro. Sull’autobus, mentre sonnecchiavo nervosamente avvolta da un piacevole tepore cercando di tenere gli occhi aperti per curiosare fuori dal finestrino, riflettevo sul fatto di quanto prendere l’autobus anziché la macchina faccia la differenza sul vivere e percepire i luoghi in cui si abita, sul sentirsi cittadino (cioè, io sonnecchiavo nervosamente, curiosavo fuori e al contempo riflettevo, ma  tu pensa quante cose si possono fare nello stesso momento!). A parte il fatto che quando guidi, per ovvie ragioni, sei concentrato sulla strada che hai davanti e perdi tutto quello che ti circonda, ma poi sei lì chiuso nel tuo abitacolo, con la tua musica a tutto volume, e con gli altri non condividi che l’asfalto. Il mondo è fuori, sui mezzi pubblici, per strada, è lì che ti senti vivo, che ti senti di appartenere a qualcosa, a una comunità, anche se nessuno ti si fila. Roba che a Roma non puoi nemmeno varcare la soglia del cancello. E’ pur vero che se a Roma qualcuno ti lancia uno sguardo, ti spara un apprezzamento, ti vomita addosso un’offesa o semplicemente ti scippa, tu quel tizio non lo rivedrai mai più. Mentre questo Stato è talmente piccolo che le persone quasi non si azzardano nemmeno a scambiarsi un’occhiata, perché potrebbero essere fraintese e 10 a 1 che domani si ritrovano alla stessa festa o a mangiare allo stesso ristorante.
Comunque, dalla libreria sono andata a scuola a piedi, anziché risalire sull’autobus, un po’ per mettere alla prova il mio senso d’orientamento, un po’ perchè mi andava di camminare nonostante il freddo e il grigiore. (Ammetto anche che non sapevo bene quale autobus dovessi prendere, nè dove, nè verso quale direzione). Ed è mentre facevo questa breve passeggiata, con i tacchi e lo zaino, il naso ghiacciato dai 7°C e un cappello di lana dentro il quale avevo raccolto la massa informe dei miei capelli, è stato allora che mi sono sentita in pace con me stessa. Non percepivo più la stanchezza. Non avevo freddo. Il cielo era coperto ma per me splendeva il sole e il Lussemburgo mi piaceva un sacco. Mi sentivo il sorriso stampato in faccia (forse però quella era una paresi temporanea provocata dal freddo) ed era come se camminassi con una bevanda calda in mano. Ok, forse a quel punto le allucinazioni erano arrivate davvero, ma io mi sentivo bene, finalmente in pace.
Dite che dovrei passare più spesso notti in bianco? No, io penso che forse dovrei prendere più spesso l’autobus e camminare di più per la città. Se mi fa stare bene, perché no?

 

5 pensieri su “Attimi di felicità

  1. Io ho sempre preso l’autobus in ogni città in cui ho vissuto, perchè ti aiuta a conoscere meglio il posto in cui vivi.
    Pensa che a Milano scendevo dall’autobus qualche fermata prima di arrivare a casa, così da fare 2 passi a piedi e rendermi conto di cosa avevo a disposizione nel mio quartiere, a livello di servizi e quant’altro. :)

  2. Bentornata cara…sai quante volte sono passata da qua,ma invano… avevo perso le speranze :) sapevo che stavi facendo i preparativi del matrimonio ed adesso ti trovo dinuovo qua….bella!
    :*

  3. Ciao se ti puó consolare ho vissuto per anni con lo Xanax sempre a portata: era la mia copertina di Linus. Ho sofferto di ansia e insonnia per anni. Adesso dormo sonni profondi, senza farmaci. Qualhe volta faccio fatica ad addormentarmi e i pensieri arrivano. Qualche volta non riesco a restare a letto, presto alla mattina, e i pensieri arrivano.
    Ma adesso mi muovo per colonia, una cittá nuova, una vita nuova, prendo la metropolitana. Controllo l´ansia.
    Ma la cosa più bella é che sorrido di nuovo

  4. Ma, a breve, ti aspettano le passeggiate per Roma con la tua compagne di camminate e chiacchiere…Oui, c’est moi!
    p.s: Continua a scrivere, per te e per noi!

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>