Ciao, mucche, addio

La mia disavventura lussemburghese volge al termine. Si torna in Italia, si torna a Roma, si torna finalmente a Casa.
Questi due anni hanno avuto delle conseguenze estremamente negative sulla mia esistenza, di questi due lunghi e terribili anni salvo soltanto il matrimonio, unica parentesi felice che con il resto non ha niente a che vedere.
Io, che non ho mai rimpianto nessuno degli errori commessi nel corso della mia vita, maledico il giorno in cui sono partita per trasferirmi qui.
Ma ora si volta pagina. Metto la parola fine a questo libro così deprimente e ne apro un altro, completamente nuovo, tutto da scrivere con mille colori.
Oggi chiudo il Lussemburgo dentro asettici cartoni. Quando li riaprirò, sarà tutto svanito e io sarò pronta a ricominciare ancora.
Lascerò aperto il blog perché contiene alcuni articoli interessanti per molti internauti che giornalmente capitano in questo spazio tanto strano, a cui comunque rimango affezionata.
Ringrazio di cuore i miei lettori passati, presenti e futuri e a tutti auguro una buona vita.

Club Polyglotte Luxembourg

Martedì sono andata al Club Polyglotte e sono riuscita a parlare solo col cameriere per ordinare un bicchiere di vino. Mo’ non credo di essere io il problema, perché eravamo in due, ed il mio amico, oltre a ordinare una birra, ha detto bye a due tizi mentre andavamo via. Per la serie: dio li fa e poi li accoppia? Può darsi.
Fatto sta che tu non è che puoi entrare e piazzarti a un tavolo in cui tot persone stanno già chiacchierando animatamente. Cioè, in realtà dovresti. Ma non puoi. Insomma, che fai? Ti siedi e dici: “Hello! My name is Isa and this is my hair!”? Boh. Non c’è nessuno che ti introduca. Nessuno che ti spieghi come funziona la serata. Voglio dire, non ci vuole una laurea per capirlo, ovvio, ma sarebbe comunque un modo per dare il benvenuto ai nuovi clienti, per metterli a proprio agio, per far capire a chi è già seduto che ci sono delle new entry, per aiutare tutti a rompere il ghiaccio, per ridurre l’imbarazzo generale, che ne so. Invece niente. In onore del mio amico, che è spagnolo, nada. C’è giusto un cameriere. E nessuno a chiedere i 3 euro di iscrizione. Io volevo pagare, pensa un po’. Ma niente. Nada.
E poi nessun cartello. Sembra un posto qualsiasi. Anche un po’ inquietante, a dirla tutta. Al primo piano, ricavato da un appartamento, la porta che sembra l’ingresso di un’area con pericolo di radiazioni, un corridoio in cui il triciclo di Shining resterebbe incastrato, a sinistra un bagno e a destra questa stanza anonima. Io certe cose non le capisco proprio.
Comunque, c’era una megatavolata inglese e nemmeno un posto libero: mica potevamo acchiappare due persone a caso e costringerle a venire con noi! Per cui alla fine abbiamo ordinato i nostri drink e ci siamo seduti a chiacchierare per conto nostro. Ovviamente in inglese, anche perché io non parlo spagnolo e il mio amico non parla italiano. Il vino era buono, pure la birra, presumo, forse è davvero il posto con i drink più economici del Lux e a parte tutto siamo stati bene, ma avremmo potuto evitare di prendere freddo (c’erano appena 7 gradi sotto zero) andando in un bar qualunque vicino alla scuola di lingua. Tra l’altro c’era poca gente al Club Polyglotte, ma forse abbiamo solo beccato la serata no. Magari la prossima volta saremo più fortunati, chissà. Sempre se una prossima volta ci sarà.

Pizzicottine libere

Certi giorni la mia vita pare una puntata de I Simpson. Io sono un po’ Lisa un po’ Homer, Daniele è un po’ Bart un po’ Marge, Izzie è un po’ Maggie un po’ Piccolo Aiutante di Babbo Natale. E Mickey, il gatto della nostra vicina, è identico a Palla di Neve.

Ecco, mi è sembrato di essere nella puntata in cui Homer compra un’aragosta ma poi non ha il coraggio di cucinarla e le dà un nome. Pizzicotta. Solo che la mia coprotagonista non era un’aragosta, ma una cozza. Anzi, due chili di cozze.
Volevamo farci un sauté, ma le abbiamo ributtate in acqua. Nel torrente dietro casa. Fosse successo a Roma, sarei andata fino a Ostia, giuro, ma siamo in Lussemburgo e non ci sono alternative.
Gli animali hanno incredibili capacità di adattamento. Ci piace pensare che abbiano raggiunto la Mosella e quindi il mare.

E poi niente, non avevamo più la cena e abbiamo ripiegato su un filetto di salmone.

Farina e lattosio: chiedere per credere

Questo post è dedicato a chi sostiene che tutte le farine siano innocue, a chi sta male ed impazzisce nell’individuare l’alimento responsabile, a chi si chiede perché diavolo c’è scritto lactose-free sopra quel pacco di farina, a chi ci crede paranoici, a chi non sa a chi domandare, a chi vuole sapere senza voler studiare e a tutti quelli che si chiedono: “Ma la farina conterrà lattosio?” e trovano soltanto risposte discrepanti.

Quando ho iniziato a cercare online informazioni su un’eventuale torbida relazione tra la farina e il lattosio, mi capitava di imbattermi in siti che proponevano farine senza lattosio e questo alimentava i miei dubbi, già abbastanza consolidati, in realtà, dalla mia esperienza personale con alcuni alimenti. Quando poi, continuando la ricerca, leggevo di gente che caldeggiava una categorica assenza di lattosio dentro le farine, ho cominciato a chiedermi perché.
Perché certe aziende sentono un bisogno irrefrenabile di specificare che i loro prodotti non contengono lattosio? Dev’esserci un motivo, nessuno scrive “senza mandorle” o “senza vongole” su una passata di pomodoro, poiché nessuna passata di pomodoro contiene mandorle o vongole. Allora perché alcune farine hanno la dicitura “senza lattosio”? Cosa può esserci nelle altre? Perchè? Cosa? Perchè? Cosa? Pcchèèè??? Stanca di pormi domande che non trovavano risposte definitive in rete, le ho rivolte direttamente ad un mulino che produce, come specificato sul sito, farine pure, prive di additivi aggiunti come i derivati del latte. Ecco la loro risposta al mio SOS:

Purtroppo possono esserci aziende che inseriscono il lattosio nelle farine o nei preparati da forno. Noi, siccome non lo facciamo, ci siamo sentiti in dovere di scriverlo. Naturalmente noi non siamo in grado di darle la certezza che ci sia sempre il lattosio nella farina, perché esistono anche molte aziende che magari non lo aggiungono, per cui la cosa migliore è conoscere il produttore personalmente e sapere come lavora.”

Ecco qua. Lo ha detto un’azienda produttrice di farine, non io.

Ricapitoliamo, quindi. Cereali, grano e legumi non contengono lattosio, naturalmente. Se tutti i mulini macinassero in purezza, gli intolleranti al lattosio dormirebbero sonni tranquilli, ma questo non avviene. Alcuni produttori inseriscono il lattosio nelle loro farine, e noi ce lo mangiamo.
Ma perché lo fanno? Per migliorare l’aspetto delle farine che altrimenti sarebbero più brutte? Perché le aiuta a conservarsi più a lungo? Per favorire e accelerare il processo di lievitazione? Lattosio: più belle, più in forma, più a lungo! Insomma, perché mai tagliate la farina col lattosio? Perché lo fai, disperato mugnaio mio? Quel che è certo è che, ahinoi, il lattosio costa poco e svolge innumerevoli funzioni e, a meno che non venga trovato un sostituto altrettanto economico e versatile, continuerà a pendere come una spada di Damocle sulle nostre teste.
Ma noi, come facciamo a sapere se la farina che acquistiamo contiene lattosio, dal momento che sulla confezione non è specificato? Bisognerebbe, come mi è stato suggerito, conoscere personalmente il produttore e sapere come lavora. Chi può, faccia così. Chi non può, ha una sola alternativa: contattare le aziende via telefono o via email. Meglio via email, perché verba volant, scripta manent.

Per chi ancora fosse scettico riguardo alla possibile presenza di lattosio nelle farine, ecco uno studio sul valore nutrizionale (macro- e micro-nutrienti) delle farine e dei pani francesi
condotto in Francia e pubblicato nel 2008. In questo studio sono stati analizzati sei tipi di farine: la T55 (corrispondente alla nostra farina tipo 0), la T65 (corrispondente alla nostra farina tipo 1), la T80 (corrispondente alla nostra farina tipo 2 semi-integrale), la T110 (corrispondente alla nostra farina di frumento integrale), la T150 (corrispondente alla nostra farina integrale macinata a pietra) e la T130 (corrispondente alla nostra farina di segale bianca). La Tabella 4 a pagina 65 dell’articolo presenta l’analisi dei diversi glucidi di tali farine e dei pani con esse prodotti: come si può osservare, il lattosio risulta presente in tutte le farine analizzate, ma (e qui viene il bello) non nei pani. Com’è possibile? La spiegazione è a pagina 66: l’assenza di lattosio nei pani, presente invece (sebbene in bassa quantità) nelle farine, è dovuta all’attività enzimatica dei lieviti (Bourre et al., 2008).

Nature des glucides des farines et pains

Fonte: Bourre et al. (2008)

Il lievito di birra ha infatti la funzione di trasformare gli zuccheri in anidride carbonica (necessaria per la lievitazione) e etanolo. Il lattosio è uno zucchero (per la precisione un disaccaride), quindi il lievito di birra lo trasforma, e questo spiega perché nel pane non si trova più. Questo spiega anche perché spesso aggiungiamo dello zucchero quando facciamo il pane e potrebbe spiegare l’inserimento di lattosio nelle farine da parte di alcuni produttori: il lievito di birra si alimenta di zuccheri e gli zuccheri favoriscono la lievitazione conferendo morbidezza all’impasto.
E dunque? E dunque possiamo mangiare il pane, a prescindere dalla composizione della farina con cui è prodotto. Occhio, però, ai pani al latte e al burro: in questi casi, infatti, il mix di grassi e di lattosio, presenti in quantità eccessiva, costituirebbe una fortezza inespugnabile anche dal più intrepido dei lieviti di birra.
Lo stesso discorso sembra non valere, invece, per i dolci, perché il lievito per essi utilizzato (il cosiddetto lievito chimico) non agisce allo stesso modo: non avendo bisogno degli zuccheri per fare il suo dovere, ma solo di calore, non li trasforma come il lievito di birra.
Ricapitoliamo, quindi. Il lievito di birra degrada il lattosio, pertanto possiamo mangiare il pane lievitato con lievito di birra pur non conoscendo la composizione della farina da cui deriva. Il lievito chimico, invece, non degrada il lattosio, quindi dobbiamo informarci sulla farina utilizzata prima di consumare un dolce.

Per la precisione, dovremmo informarci sulla farina utilizzata prima di consumare qualunque alimento che la abbia tra gli ingredienti. Anche qui, l’unico modo è contattare l’azienda. Siate precisi con le domande. Se chiedete: “Il vostro prodotto contiene lattosio?” e vi rispondono: “Non utilizziamo lattosio nella preparazione dei nostri prodotti”, questa risposta non vi dirà nulla sulla composizione della farina utilizzata. Chiedete specificamente se la farina da loro utilizzata contiene lattosio e, visto che ci siete, chiedete anche se aggiungono lattosio durante la realizzazione del prodotto. Personalmente, diffido di chi non mi risponde, di chi mi fornisce risposte evasive o poco chiare e di chi non capisce o fa finta di non capire le domande. In tal caso, riformulatele e attendete speranzosi. Per esempio, l’altro giorno ho mandato un’email al servizio consumatori di Polenta Valsugana e questa è stata la loro risposta: “In merito alla sua richiesta La informiamo che tutti i prodotti Polenta Valsugana sono senza glutine e sono inseriti nel prontuario dell’Associazione Italiana Celiachia.” Ti ho chiesto dove vai e mi rispondi porto le cipolle, avrebbe detto il mio prof. di Filosofia. Allora ho inviato loro una seconda email, alla quale hanno risposto prontamente sia scusandosi sia assicurandomi che i loro prodotti non contengono lattosio.
Per quanto riguarda la pasta, l’unica cosa che posso dirvi è che i miei più lunghi periodi di benessere coincidono col consumo della De Cecco. Con questo non intendo affermare che le altre marche che ho consumato contengano sicuramente lattosio, voglio solo consigliarvi, in base alla mia esperienza personale, una marca senza rischi. Fra l’altro, diversi intolleranti, in giro per il web, non hanno problemi con la De Cecco mentre ne hanno con altre marche.

La qualità si paga. La purezza si paga. Più materia prima si utilizza, più è elevato il costo di produzione e quindi il prezzo del prodotto finito. Se taglio la farina col lattosio, come uno spacciatore taglia la coca col bicarbonato, spenderò di meno e potrò vendere la mia farina a un prezzo più competitivo attirando un maggior numero di clienti, clienti ignari di cosa stanno per comprare e consumare, perché evidentemente nessuna legge obbliga le aziende che immettono farine sul mercato ad indicare nelle confezioni gli additivi aggiunti.

Nun c’ho capito gnente, me poi fa’ ‘n riassunto? Ok.

  • Cereali, grano e legumi non contengono lattosio, ma alcune aziende inseriscono il lattosio nelle farine, quindi alcune farine contengono lattosio.
  • Poiché gli additivi non vengono indicati sulle confezioni, l’unico modo per sapere se una farina contiene lattosio è contattare il produttore.
  • Il pane lievitato con lievito di birra, nel cui impasto non siano stati aggiunti latte o burro, si può mangiare con tranquillità pur non conoscendo la composizione della farina da cui deriva, perché il lievito di birra degrada l’eventuale lattosio in essa presente.
  • Prima di consumare qualunque altro alimento tra i cui ingredienti compaia la farina, conviene contattare il produttore e chiedere informazioni sulla farina utilizzata.

Tra le farine senza lattosio, segnalo:

Questo articolo è puramente informativo e ha il solo scopo di aiutare gli intolleranti al lattosio che cercano di capire come alimentarsi in maniera sicura. Poiché l’argomento trattato è ancora relativamente sconosciuto, l’articolo sarà aggiornato ed eventualmente corretto con il passare del tempo.


FARINA E LATTOSIO chiedere per credere